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Carnevale

carro allegorico carnevale di ManfredoniaUn detto popolare così augura: Carnevà’, bon combagnu / possi vinì’ tre ‘orde l’annu rendendo palese quanto intensa fosse l’aspirazione ad un mutamento, anche se temporaneo, delle condizioni di vita, per la verità, più auspicato che effettivamente ottenuto. Era la perenne aspirazione all’evasione, al desiderio di spensieratezza più che alla spensieratezza, necessità indispensabile per rinfrancare soprattutto lo spirito e continuare ad affrontare una vita dura e piena di stenti.

Oltre che con i festini e i balli, il Carnevale veniva sottolineato con la preparazione di dolci caratteristici come gli scroccafusi, la cicerchiata, le sfrappe. Di una tradizione, scomparsa da tempo, parlano diversi studiosi di folklore, quella che veniva definita con l’espressione ji a lardèllu che potrebbe essere tradotta, ma con scarsa pregnanza, come "andare alla ricerca di lardo". L’espressione è passata a significare "andare a scrocco". Le protagoniste erano donne di povere condizioni sociali che mascheravano con questa usanza carnevalesca l’umiliazione di chiedere l’elemosina. Si ornavano i capelli con rami di alloro e, con il tamburello nella mano destra e lo spiedo in quella sinistra, si presentavano singolarmente sull’aia delle diverse case coloniche e cominciavano a simulare qualche passo di danza ovvero delle semplici movenze sottolineate dal suono del tamburello. La vergara infilzava sullo spiedo un pezzo di lardo o una salsiccia e la donna se ne andava.

A Penna San Giovanni il giovedì grasso ed il giorno di Carnevale erano delle comitive che andavano in giro a raccogliere uova e lardo da utilizzare per preparare i dolci caratteristici o per una abbondante frittata da consumare insieme.

Era posto ben in rilievo il passaggio tra il martedì di Carnevale ed il mercoledì delle Ceneri: alla mezzanotte in molti centri si usava suonare la campana di una chiesa per annunciare la fine del Carnevale e l’inizio della Quaresima. In alcuni paesi, quella notte venivano immerse nell’acqua bollente tutte le stoviglie per liberarle da ogni traccia di grasso non più compatibile con la Quaresima. A Colmurano le campane suonavano addirittura tre volte: alle 22.30 per avvertire che si dovevano terminare i cibi rimasti che non si sarebbero più potuti mangiare successivamente; alle 23, per la pulizia delle stoviglie e alle 24 per segnalare la fine del Carnevale.

È ragionevole pensare che il primo avviso dato dalle campane, quello che dava l’addio all’uso dei cibi "grassi", possa ricollegarsi all’origine stessa del Carnevale nel suo significato, ormai accertato, di carne(m) levare ovvero di carne(m) laxare, e cioè, alla lettera, di eliminazione della carne e dei grassi dalla dieta quotidiana. Insomma è probabile che il Carnevale fosse, all’origine, proprio il banchetto d’addio alla carne che si teneva la sera prima del mercoledì delle ceneri.

A livello nozionistico il termine Carnevale deriva da carnem levare, abolire la carne, perchè anticamente indicava il banchetto d'addio alla carne che si teneva subito prima della Quaresima, periodo di astinenza e digiuno. Ha la stessa origine carnasciale, modo antiquato di indicare lo stesso concetto. La parola indica quindi un momento ed estendendo il concetto un periodo particolare dell'anno, in cui si svolgevano fin dal remoto passato determinati riti e si dava vita ad un insieme di festeggiamenti.

Esiste anche una diversa origine del termine "Carnevale", maggiormente accreditata nell'ambito delle tradizioni carnevalesche teutoniche e del nord Europa in genere: essa fa derivare il termine da "Carrus Navalis", simbolica imbarcazione che con l'avvento della primavera era usanza per le popolazioni di pescatori agghindare e preparare per un ideale viaggio verso la città degli dei; l'origine di questa tradizione risale addirittura all'antica Grecia.

Contrapposto alle forme religiose ufficiali, il Carnevale era la festa del popolo, il luogo del riso e della follia, dello scherzo, della materialità e dell’abbondanza. Nella festa vige la più assoluta libertà e tutto diviene lecito: ogni gerarchia viene a cadere ed i rapporti divengono spontanei, liberi e disinibiti, superando i freni imposti dalle convenzioni sociali e le barriere create dalle differenze di età, di classe e di sesso. Il singolo si spoglia della sua individualità per fondersi e confondersi nel vortice gioioso della festa; l’ebbrezza, la danza, la musica permettono di liberarsi dal proprio io contingente, di annullarsi per ritrovarsi con gli altri a condividere emozioni comuni che esulano dalla sfera quotidiana, emozioni in cui l’elemento materiale e quello simbolico trovano la loro sintesi.

La dissacrazione parodica di ogni autorità ed istituzione permette di emanciparsi temporaneamente dal potere dominante e di intravedere per un momento la possibilità di un mondo completamente diverso. Il comico diviene infatti un momento di rottura della regolarità, scardinando le logiche comuni e sovvertendo potenzialmente gli ordini sociali.

La cerimonia del buffone che viene proclamato re offre una rappresentazione di "mondo alla rovescia" in cui si opera un capovolgimento dei rapporti alto-basso, tutto a vantaggio di quest’ultimo, in opposizione a tutto ciò che viene calato dall’alto come assoluto, indiscutibile ed immutabile.

Le classi dominanti tendono a presentare le proprie idee come oggettive ed intoccabili, cementando il loro potere attraverso il controllo e la manipolazione della mentalità collettiva, bollando e demonizzando qualsiasi diversità, se non nelle forme legali, sotto quelle più sottili e perverse del tabù, e cercando di ricondurre all’interno dei propri schemi ogni devianza.

Il Carnevale, così, ha finito per costruire un canale di sfogo per l’esuberanza e la vitalità popolare, che è stato legalizzato e ammesso alla pubblica piazza nelle forme della festa, attraverso un processso di normalizzazione e quindi neutralizzazione di energie potenzialmente sovversive. Ma si tratta comunque di una legalizzazione forzata, incompleta, affiancata al divieto ed alla repressione per il resto dell’anno e solo finalizzata a concedere quello sfogo scolmatore del malcontento e dell'esigenza di libertà del popolo.

Ma di fatto questo temporaneo stravolgimento di ruoli e realtà rappresenta una forte esigenza dell'uomo; per questo motivo sopravvive, nonostante la strumentalizzazione dei potenti, sino ad oggi, dove assume una valenza di piacevole festa e ancora di sfogo.

Emblematica della concezione carnevalesca del mondo è la maschera. Essa è uno dei motivi più complessi e ricchi di significato della cultura popolare: indossare la maschera è un modo di uscire dalla banalità del quotidiano, di disfarsi del proprio ruolo sociale, di negare sè stessi per divenire altro. Andando avanti nel tempo la maschera ha finito per assumere un’accezione negativa: è divenuta qualcosa che cela, dissimula, inganna. Arrivando ai giorni nostri, in una società dove l’ipocrisia è norma e prassi quotidiana, paradossalmente la maschera può assumere un nuovo (cioè vecchio) significato, non di negare bensì di rivelare, o di rivelare negando.

La maschera può, celando il volto alla vista, mostrare un carattere più essenziale del nostro essere, e rafforzare la nostra identità, intesa nel senso più pieno del termine.