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Agricoltura

agricolturaL’agricoltura ha sempre rappresentato per Manfredonia una importante attività produttiva; in passato il podere era gestito a mezzadria e la comunità familiare che lo curava era guidata dal vergaro o capoccia che era anche il responsabile del contratto stipulato con il proprietario del fondo e che pertanto assegnava i compiti nell’ambito del nucleo familiare. La moglie, la vergara, organizzava il gruppo delle donne, aveva la cura della casa, dell’orto e degli animali da cortile. Ma quando si dovevano compiere i grandi lavori ciclici, quelli che segnavano l’anno e l’attività agricola - mietitura, battitura, vendemmia, semina, ecc. - cadeva ogni distinzione fra i sessi ed ognuno era tenuto a fare quanto era al momento necessario.

Con l’arrivo dell’estate, intere famiglie di braccianti partivano per la campagna a riempire le masserie dei ricchi padroni, e lì vi rimanevano fino all’autunno.

Particolare cura ricevevano anche gli animali da cortile, primo tra tutti il maiale. La superficie del fondo doveva essere, almeno teoricamente, proporzionale al numero dei componenti della famiglia nel rapporto di 1:1, cioè una persona per ettaro. Dunque ad un podere grande doveva corrispondere una famiglia numerosa e ciò comportava che molte potessero essere le donne nubili. Ma, poichè era consuetudine che le donne maritate andassero ad abitare nella casa del marito, la nascita delle bambine veniva accolta con minore entusiasmo rispetto a quella dei maschi.

L’estensione del podere, nell’ambito dei criteri sopra esposti, assicurava un accettabile benessere derivante dall’adeguatezza delle risorse.

Nella vita del contadino c’erano momenti che richiedevano intensa fatica cui si poteva far fronte mediante un’adatta alimentazione: nelle circostanze prima ricordate, dato il rilevante dispendio di energie, era normale che ci si cibasse sei o sette volte al giorno, mentre d’inverno, quando le attività si cristallizzavano, i consumi si riducevano all’essenziale per la sopravvivenza.

Nonostante l’asprezza della vita, molti erano i contadini marchigiani che superavano gli ottanta anni a fronte di una durata media della vita nelle campagne di trentaquattro. Le cause di questa longevità - che nel 1871 superava quasi del doppio la media nazionale - potrebbero essere rinvenute in una alimentazione che, se aveva come base il mais, non trascurava l’uso di grassi animali, verdure, legumi, frutta e vino ed era caratterizzata da un apporto calorico proporzionale ai vari livelli di fatica. La genuinità dei cibi, che caratterizzava la produzione agricola di oltre un secolo fa, persiste ancor oggi nonostante l’apporto e le modificazioni della tecnologia perchè si sono volute conservare la tipicità dei prodotti e la tradizione enogastronomica che fanno parte della cultura più profonda del Territorio dei piccoli incanti.