Dove Ti trovi: Home > Cultura > San Leonardo di Siponto > Riassunto della relazione di Francesco Panarelli

Il tema della presenza monastica e del suo significato nelle terre garganiche ha una buona tradizione storiografica, che permette di tracciare un quadro sintetico. Accertata la scarsità di testimonianze per l’età tardoantica e primo medievale, bisogna attendere l’VIII secolo per avere notizie certe di insediamenti monastici nell’area. A partire da questa età tutta la vicenda del monachesimo garganico può essere letta in chiave centrifuga o centripeta. L’età compresa tra VIII e X secolo segna sicuramente una prodominanza della capacità attrattiva del Gargano, per la graduale sedimentazione di esperienze religiose: Montecassino, San Clemente di Casauria, San Vincenzo al Volturno, Santa Sofia di Benevento ed infine le SS. Trinità di Cava furono saldamente presenti. Un fattore che calamitò le grandi comunità monastiche verso il Gargano fu indubbiamente rappresentato dalla riserva ittica, pressochè unica nel Ducato e poi Principato beneventano, costituita dai due laghi di Lesina e Varano; monore sembra la capacità attrattiva delle saline dell’area sipontino-salpitana, mentre stenta inizialmente a delinearsi quella del pellegrinaggio verso la montagna e la grotta dell’arcangelo. I nudi dati cronologici indicano nell’XI secolo il periodo di massima fortuna per le comunità monastiche anche dell’area garganica, con la fioritura di importanti centri: San Giacomo, poi Santa Maria di Tremiti, San Giovanni in Lamis, Santa Maria di Calena, la SS. Trinità di Montesacro, San Giovanni in Piano. Quasi tutte queste comunità ebbero rapporti, sia pur contestati, con Montecassino.
L’età compresa tra XI e XII secolo segnò una duratura trasformazione per l’Italia meridionale, rendendola attivamente partecipe del generale movimento di rinnovamento che percorse la società cristiana. Le esperienze più interessanti di riforma nel Mezzogiorno ebbero per scenario la dorsale appenninica e per protagonisti Giovanni da Matera e Guglielmo da Vercelli, accomunati da un’ ansia di servire Dio e di vivere "religiose", che li portò a trascorrere periodi di vita in un eremitaggio comune e a dare vita a congregazioni destinate a incontrare un vasto successo: Pulsano, Montevergine, Goleto. In particolare la fondazione nella quale Giovanni realizzò i suoi disegni di rinnovamento fu quella di Santa Maria di Pulsano, fondata sul Gargano, nel 1129, a qualche chilometro di distanza dal santuario micaelico e a belvedere verso Siponto.
Monastero di osservanza benedettina, ma pure con tratti di originalità eremitica, nel 1177 Pulsano contava venti dipendenze, delle quali 14 restavano all’interno dei confini del Regno di Sicilia, mentre le altre sei erano dislocate in Dalmazia e Toscana, a Roma e a Piacenza. Una discreta concentrazione di priorati quindi per i pulsanesi, che per la verità non avevano un numero superiore di dipendenze rispetto ad altre comunità garganiche. In compenso conobbero una formidabile fioritura iniziale, che portò al sovrappopolamento di alcuni priorati (specie quelli femminili). Anche una comunità più tradizionale, quale Montesacro seppe, negli stessi anni consolidare i rapporti con Monte Sant’Angelo e le altre cittadine garganiche, ma anche con i grossi centri urbani della fascia costiera compresa tra l’Ofanto e Bari: Canne, Barletta, Trani, Bisceglie, Molfetta e Bari hanno tutte un priorato di Montesacro all’interno della città o in prossimità delle mura. Un particolare rilievo assunse la dipendenza di San Giacomo presso Barletta.
A partire però dalla matura età federiciana si sprecano le denunce di monasteri trasformatisi in sentinae vitiorum o speluncae latronum, o rette da abati furfanti, se non pluriomicidi. La tendenza involutiva, testimoniata soprattutto dalla documentazione pontificia, induce ad una nuova inversione del ciclo, spingendo verso l’area garganica nuove forze monastiche, in particolare cistercensi e celestini, con intento essenzialmente di riforma. In questo regresso ebbero rilievo la politica sveva, ed ancor più quella angioina, ma anche il mutato atteggiamento dei vescovi, meno disposti a riconoscere le esenzioni monastiche, nonchè lo sviluppo concorrente degli ordini cavallereschi ed assistenziali, e soprattutto dei mendicanti.