Dove Ti trovi: Home > Cultura > San Leonardo di Siponto > Relazione di Cosimo Damiano Fonseca

Di un vero e proprio "palinsesto storiografico" si deve parlare a proposito della tradizione degli studi che hanno interessato questo singolare monumento della Capitanata medioevale ubicato "iuxta stratam peregrinorum inter Sipontum et Candelarium" lungo un asse viario strategico che da Lucera conduceva a Siponto (H 331).
"Palinsesto storiografico" si diceva in quanto solo negli ultimi anni, grazie al concorde impegno di Giampietro Casiraghi e di Hubert Houben, si è finalmente riusciti a leggere lo strato originario di questa fondazione religiosa ritenuta sino all'inizio degli anno novanta del secolo appena decorso prima collegiata di canonici e poi domus, priorato o precettoria dell'Ordine teutonico.
Infatti come sede di comunità di canonici, non sappiamo quanto numerosa, San Leonardo risulta documentata nel 1127; è infatti presente un prior che proprio nel maggio di quell'anno riceve una donazione "pro anima" da quattro abitanti di Siponto (H. 327). Comunque dieci anni più tardi si presenta con tutti i crismi dei collegi dei chierici viventi all'insegna della cosiddetta regola di Sant'Agostino - non sappiamo se si trattasse del Praeceptum, dell'Ordo Monasterii o della Regula recepta - in comunità di vita e di beni. Ne fa fede la bolla inviata da Innocenzo II il 30 giugno 1137 "Vito priori et fratribus canonicam vitam professis in ecclesia sancti Leonardi sita in loco, qui Lama Volari dicitur" dove ricorre la classica espressione definitoria per indicare il carattere regolare riformato della comunità: "Ordo canonicus,, riporta la bolla pontificia, qui secundum beati Augustini regulam in eodem loco noscitur institutus". Si tratta peraltro, riferito alla comunità canonicale sipontina, di un esempio rarissimo di partecipazione dell'Italia meridionale al più generale movimento di riforma ecclesiastica del XII secolo.
A questo strato del palinsesto storiografico se ne era sovrapposto un secondo, quello certamente più conosciuto per durata temporale e per spessore documentario: si tratta della fase teutonica di San Leonardo iniziata nel 1260 quando Alessandro III soppresse la comunità canonicale ridottasi a soli sette membri per affidare chiesa, monastero e ospedale all'Ordine teutonico. Anche in questo caso San Leonardo diviene un caso esemplare nelle più generale temperie spirituale che spirava entro le strutture monastiche e canonicali del XIII secolo e cioè la loro graduale decadenza per l'esaurirsi degli ideali primigeni che ne avevano ispirato la istituzione e lo sviluppo.
Il riferimento all'"incuria priorum" insieme con la "malitia temporis" e gli "incursus Saracenorum de Luceria" assume nel linguaggio cancellersco la funzione di espediente per giustificare il passaggio ai Teutonici in quegli anni in decisiva e robusta espansione. È pur vero peraltro che l'Ordine Teutonico sembrava quello più adeguato ad assolvere ai caratteri di assistenza e di protezione ai pellegrini - prerogati da peraltro carisma dei canonici diretti al Santuario micaelico del Gargano o ai porti di imbarco verso la Terrasanta.
Ebbene erano queste le due fasi esplorate del nostro "palinsesto storiografico", quella cioè canonicale e l'altra teutonica. E non è un caso che ad esse si volse l'attenzione dei Viaggiatori e degli Studiosi che dal 1400 in poi sostarono di fatto o affidandosi alla libertà della memoria nell'esplorare l'intricato libirinto della documentazione alla ricerca dei momenti più significativi della storia del monumento.
Fu Anselmo Adorno, un belga valdone di origini genovesi - era nato a bruges nel 1424 dove era morto nel 1483 - nel suo viaggio verso Gerusalemme e la Terra Santa compiuto nel 1470 a offrirci nel suo Itiner aire una descrizione essenziale dell'abbazia di San Leonardo: " essa dista sei miglia da Manfredonia ed è situata in una bella pianura coperta di pascoli. Tutte le terre intorno dipendono dal monastero, il quale fu edificato in onore di San leonardo, che qui compì numerosi e svariati miracoli, come provato dalle offerte depositate e sospese nella chiesa in occasione di tutti questi miracoli. Qui si vedono pendere in particolare le offerte portate all'inizio dal fondatore della chiesa e dai suoi figli i quali, liberati miracolosamente di prigione con l'aiuto di San Leonardo, edificarono la chiesa in questo luogo.
Federico Barbarossa, per ricompensare i successi riportati valorosamente da parte dei cavalieri di Prussia sui Saraceni, diede loro il godimento e la proprietà dell'abbazia con tutti i possedimenti. Essi la mantengono tutt'ora e l'hanno di molto migliorata con belle costruzioni. Sei o sette cavalieri sono qui residenti in permanenza e, con altri frati e preti che essi ospitano, cantano devotamente gli uffizi delle sette canoniche. Anche in questo luogo il signor mio padre fu ricevuto con grande considerazione".
E il rimpianto della fase teutonica è presente cinquant'anni più tardi nella Descrittione del domenicano bolognese Leandro Alberti che annota con rimpianto come "questi (i Teutonici) mancando, fu dato detto Monastero in Commenda. Onde al presente è molto mal governato come io vidi l'anno mille cinquecento venticinque. Et talmente egli è mal governato che da ogni lato cominciano a rovinare tanti nobili edifici, non vi essendo chi ne abbia pensiero".
Eppure meno di un secolo più tardi Nicolas Bènard -un parigino nato nel 1596- che il 30 aprile 1617 sosta a San Leonardo, nel suo Voyage de Hierusalem et autres lieux de Terre Saint, così descrive il complesso abbaziale: "il primo maggio dell'anno 1617, dopo aver presentato le nostre devozioni nella suddetta chiesa di Monte Sant'Angelo, giungemmo per montagne aspre e impraticabili all'abbazia della Madonna del Monte Pulsano e dopo, tornati giù dalla rude montagna, arrivammo per il desinare nella città di Manfredonia; poi, per lande desolate, andammo a dormire all'abbazia di San Leonardo, grandissima e ricchissima, la quale sorge in piena campagna ed è cinta di robuste mura. Qui tutti i pellegrini che capitano sono ricevuti e trattati con cortesia. Di contro il Signor Resteau conosceva un Vallone che risiedeva lì, quindi fummo ricevuti con tutti gli onori, ben trattati e per la notte ricevemmo una bellissima camera; fummo quindi trattati diversamente da tutti gli altri pellegrini, in considerazione del rango del Signor Resteau, cui il Priore tributò un grande onore".
Il fascino della fase teutonica è presente ancora nella letteratura dei viaggi del 1800 e del primo 1900: nelle Note di viaggio di Francois Lenormant pubblicate a Parigi nel 1883 e nelle Petites villes d'Italie di Andrè Maurel comparse sempre a Parigi nel 1910.
Lenormant che erroneamente attribuisce a Ermanno di Salsa l'insediamento teutonico di San Leonardo così annota: "Ancora in pianura, sui tre quarti del viaggio ci si imbatte nel vecchio convento di San Leonardo, dove Hermann Von Salza nel 1223 stabilì una commenda dell'ordine teutonico della rendita annuale di 20.000 fiorini d'oro. Il complesso conventuale è stato trasformato in masseria, ma si trova in grave stato di disfacimento, mentre la chiesa è degna di essere visitata. Soprattutto il portale, che a mio avviso è unico nel suo genere, è tipico dello stile della metà del XII secolo in questi luoghi; anche l'abside è un frammento notevole d'architettura romanica. Si noti anche la superba cucina del convento, che per disposizione ricorda quella dell'abbazia di Fontevrault".
Più realistica e tipicamente ritrattistica secondo precisi canoni letterari l'evocazione di Andrè Maurel: "Ecco apparire all'orizzonte un ammasso di tetti. Infine a una curva della strada dritta, esasperatamente dritta, il Tavoliere s'abbassa, passiamo un ponte sotto cui scorre un'acqua salmastra e, subito dopo, presso quest'acqua che il Gargano ha avuto la carità di versare da queste parti, si sono stabiliti degli uomini. «San Leonardo!», grida nel vento il cocchiere finora muto. Son due ore che viaggiamo, ed ecco la prima tappa. Un cane abbaia, un asino alza il capo e dei muri in rovina mettono in mostra la pietra nuda. È aperta una porta, la quale non è traballante, ma addirittura mezzo caduta. Il cane urla sempre; esso è mio amico. Entro nel cortile della masseria, dov'è sparso tutto un letto di letame che bisogna attraversare. Passo sotto una porta; in un secondo cortile circondato da alte mura screpolate, chiamo. Nessuno risponde, ma io proseguo; salgo una scala di pietra, solenne per la larghezza e per le volte. Intorno al cortile, grandi corridoi a quadrilatero. A sinistra, le finestre che danno sul cortile, a destra delle porte. Porte? Non esistono più semplicemente le cornici di pietra che recano al centro uno stemma con un'aquila. Chiamo ancora: nulla. Vado avanti, avanti così, di porta in porta, guardando dappertutto e nelle camere tutte simili, non vedo che sterco di pecore. Un tempo qui abitavano cavalieri teutonici. Il convento-caserma è diventato masseria e le greggi dormono laddove dormivano i guerrieri della fede cristiana. Per un attimo, il piede sta per cedermi: il pavimento è sprofondato e il cortile è sotto i miei occhi, come una voragine. Ritorno sui miei passi, ridiscendo nel cortile: il cane abbaia sempre. Mi avvicino alla bestia e scorgo tranquillamente seduto su un varco d'una porta, un ragazzetto scalzo, che mi guarda placidamente. Qui vivono quindi degli uomini? Essi procreano, persino. Il cane adesso tace: un bel cane bianco che pur libero, non s'avvicina; ha paura dello straniero agghindato si bizzarramente con scarpe, pantaloni e biancheria candida. Mi avvicino al cane, che si mette in salvo, mentre il piccolo, alla domanda riguardante il padrone o il padre, non sa rispondere. -Via! Che vuoi dire? Vattene! Oppure. Il padrone è nei campi? Che sia l'una o l'altra cosa, non mi rimane che partire. Continuo a chiedere: «La chiave della chiesa», il ragazzino mi risponde sempre: Via! Scuotendo la testa. Ed io mi rassegno a guardar la chiesa dal buco della serratura. Mi ricordo quindi di una delle stalle viste poco fa al pianterreno, dalle belle volte, con colonne massicce, arrotondata all'estremità. Questa stalla costituisce la navata destra della chiesa, mentre quanto vedo dalla serratura è la navata centrale. La planimetria si ricostruisce facilmente: è quella d'una chiesa a tre navate e tre absidi, quindi di forma greca, con volte a semi-botte, con quattro enormi pilastri costituiti da fasci di colonne, le quali sorreggono la cupola, anch'essa di origine bizantina. Guardo la facciata: è romanica, ma di quel romanico strano che ho appena visto a Foggia e di cui le immagini siciliane mi hanno già mostrato lo stile composito. La porta è d'una grande purezza, familiare ai miei occhi di Francese. Ma al di sopra, il muro nudo è semplicemente bordato di arcature spezzate, come se ne vedono a Monreale e a Cefalù. Poi, sotto questo fregio, un fastigio formato dalle stesse arcature, ma questa volta completo. Ed ecco, in questo deserto, in una stalla, già riassunta tutta la storia!. I Normanni portarono qui l'arte dal loro paese e, incontrandovi l'arte bizantina, essi operarono una fusione. L'Oriente cristiano tende la mano all'Occidente cattolico, su questa terra di Puglia, ove i biondi guerrieri cacciarono i neri soldati del Basileus. In monumenti più compositi, fra poco a Siponto, poi a Barletta, a Trani, a Bari, vedrò meglio questa fusione e meglio localizzerò ogni parte. Oggi, nella landa di Foggia, la prima visione. E la porta laterale, con le volute di foglie e fiori, con i capitelli ricchi di personaggi, con i leoni longobardi che sostengono le colonne d'un portico di costruzione romanica, dal decoro greco e longobardo, tale porta riassume già tutta l'avventura".
Maurel scriveva tra la primavera e l'estate del 1909 quando ormai San Leonardo aveva iniziato "la sua vita di monumento" come scrive con felice espressione Pina Belli D'Elia (370). Avevano cospicuamente concorso a quest'opera di "monumentalizzazione" la pagina della grande trilogia che Emile Bertaux aveva dedicato L'art dans l'Italie méridionale uscita a Parigi nel 1903, dove l'eminente storico dell'arte collocava nell'ambito della scultura pugliese del tempo di Federico II, il portale di San Leonardo attribuito, come quelli di Monte Sant'Angelo, Bitonto, Bisceglie e Ruvo, al XIII secolo (pp. 659 - 665).
Del resto le Petites villes d'Italie sono dedicate dal Maurel proprio a Giustino Fortunato e a Emile Bertaux "senza il cui aiuto e le cui ricerche - recita il testo della dedica - l'Italia meridionale sarebbe rimasta chiusa al loro amico riconoscente". Il sodalizio Fortunato-Beartaux aveva costituito, come ho cercato di dimostrare in altra sede con la pubblicazione di alcune lettere dello storico dell'arte francese allo stesso Fortunato, il tramite per una compiuta ricognizione e interpretazione delle più significative testimonianze storico-artistiche del Mezzogiorno.
E, accanto alle indagini di carattere storico-artistiche, interessanti il monumento, va collocata in questo avvio del 1900, la pubblicazione di una parte del fondo archivistico di San Leonardo conservato nell'Archivio di Stato di Napoli. Si tratta di 384 pergamene ricadenti nell'arco cronologico 1113 - 1499 che F. Camobreco raccoglieva nel 1913 nel Regesto di san Leonardo di Siponto inserito nella prestigiosa collana dell'Istituto Storico Italiano di Roma.
Altri metterà in adeguato rilievo il valore della edizione del Camobreco che fino ad oggi ha costituito l'unico significativo strumento di ricerca per le due fasi, canonicale e teutonica, del "palinsesto storiografico" di cui si sta discorrendo. Qui è d'obbligo ricordare che l'impegno del Camobreco si colloca in quel generale clima di forte ripresa delle edizioni dei documenti che caratterizza alcuni centri di ricerca del Mezzogiorno come Napoli grazie alla Società di Storia Patria e all'indefesso lavoro di Bartolomeo Capasso come Montecassino, Cava dei Tirreni, ecc., ma anche alcuni eruditi ancorati alla Scuola e al metodo positivista come lo stesso Giustino Fortunato che tra l'altro ebbe modo di salvare le carte di G. Maria Fusco entrate nella Biblioteca del Senatore di Rionero e poi donate alla Società di Storia Patria delle Province Napoletane.
Comunque visognerà attendere quasi cinquant'anni per poter disporre di una monografia storica complessiva sull'importante fondazione canonicale-cavalleresca della piana di Siponto. Il riferimento è al San Leonardo di Siponto. Storia di un Monastero della Puglia pubblicato da Silvestro Mastrobuoni nel 1960.
Il debito nei confronti del Camobreco è evidente, così come altrettanto palese è la conoscenza delle opere del Diehel, del Bertaux, del Gay, del Croce, anche se risulta prevalente il suo legame culturale con la letteratura storica locale e, in particolare, con quel "numen loci" del Gargano medievale che risponde al nome di Alfredo Petrucci.
Nel raccogliere e pubblicare le carte di San Leonardo di Siponto, conservate nell'Archivio di Napoli, che risalgono al 1113, il Camobreco - scrive il Mastrobuoni - fece un'opera molto utile per la terra di Capitanata, la quale «scarse raccolte di documenti può vantare finora» per il periodo più importante della sua storia medioevale, che va dagli inizi della conquista normanna alla dominazione sveva.
«Chi dalle incidentali illustrazioni, che della parte più orientale di essa tentarono il De Blasiis, lo Schlumberger, il Krumbacher, il Diehel, il Gay ed altri - scriveva il Martini nel dare una breve recensione del Regesto di San Leonardo di Siponto, allorchè comparve tale pubblicazione dell'Istituto Storico Italiano - comprende tutto il valore, che ebbero le lotte dei Bizantini fin dai tempi di Niceforo Foca e le incursioni dei Saraceni, sentirà pure la necessità di conoscere a fondo la storia del monachesimo occidentale in quei luoghi, il quale, avvantaggiandosi dell'aiuto dei Normanni, compì opera non solo religiosa, ma soprattutto politica nel difendere la tradizione latina».
Orbene le carte del fondo archivistico di San Leonardo di Siponto che abbiamo a portata di mano, proseguiva il Mastrobuono, senza molta fatica ci hanno messo in condizione di colmare in gran parte la lamentata lacuna storica circa l'antico monastero, posto sulla collina di Monte Aquilone, tra il Candelaro e Siponto, ad ovest di Monte Sant'Angelo.
Tale lacuna sarebbe stata colmata dallo storico dell'antica Siponto, il D'Aloe, se la morte non gli avesse impedito di completare il suo piano di lavoro. Egli aveva promesso una «storia» della Badia di San Leonardo, ma giunse soltanto a scrivere le prime pagine della storia di Manfredonia, ricordandone la fondazione e il decreto di Orta, emesso da re Manfredi nel novembre 1263.
Neppure al Camobreco fu dato di scriverla, mentre sperava di ritornare su «quelle particolarità che più interessano per la intelligenza del testo». Egli scomparve prima che avesse messo mano alla nuova opera.
Le poche notizie storiche da noi pubblicate nel 1951 e nel 1957 su San Leonardo di Siponto soddisfano alquanto i turisti, ma fanno desiderare una storia piuttosto ampia e documentata, che abbiamo potuto rifare col presente lavoro, dopo le nuove consultazioni, senza punto esaurire l'argomento, che richiede ancora altre ricerche d'archivio e critica più accurata dei documenti consultati.
Per il periodo normanno, da cui comincia la nostra storia, oltre le fonti più comuni, ci siamo avvalsi soprattutto del Regesto di San Leonardo di Siponto che il Martini, additava «come modello da seguire nella pubblicazione di siffatti Regesti» allorchè si volesse illustrare la tradizione scritta delle «antiche badie».
Poichè la vita del monastero continuò, dopo i Canonici Regolari di Sant'Agostino, con i Frati dell'Ordine Teutonico, abbiamo anche attinto alle Pergamene di Barletta del Regio Archivio di Napoli a cura di R. Filangieri. Dalla città di Barletta, infatti presero le mosse quei Frati Teutonici, che vi ebbero dapprima la Casa principale, della Balia di Puglia, trasferita poi in San Leonardo di Siponto.
Avremmo dovuto immergerci in tutte le carte sia del Grande Archivio di Napoli che dell'Archivio Vaticano, per poter dare più ampie notizie dal sec. XVI in poi; però questo non ci è stato possibile, pur avendo tentato di farlo".
Ma al di là del debito verso gli eruditi locali e le discutibili tesi sugli aspetti storico-artistici, non può non essere riconosciuto al Mastrobuoni il merito di aver dato un ampio respiro alla sua ricerca cogliendo aspetti e motivi che nella tradizione erudita locale, da Pompei Sarnelli in avanti, erano stati parzialmente e rapsodicamente affrontati.
Basti pensare alla storia del culto del santo di Limoges, patrono dei pellegrini e dei viandanti, alle ricerche di toponomastica nell'area garganica, ma non solo, ai raffronti del San Leonardo con le altre chiese romaniche, alle due fasi che interessano il cenobio sino all'introduzione della Commenda e all'affidamento ai Frati Minori sino alle più recenti vicende che introdussero nuovi assetti istituzionali non senza far riferimento all'appendice documentaria, epigrafica e araldica di indubbia utilità.
E ad arricchire il ventaglio delle fonti documentarie dell'Abbazia sipontina hanno certamente contribuito Antonio Ventura 81975), Jole Mazzoleni (1991) e Giovanni Pensato (2000) con la pubblicazione: il primo degli Atti della Visita Canonica effettuata nel 1693 dal vescovo di Venosa G.F. de Lorenzi per incarico dell'abate commendatario il Cardinale Carlo Barberini, la seconda con le aggiunte ai regesti del Camobreco e l'ultimo con la edizione di un Cabreo di San Leonardo relativo agli anni 1634-1799.
Si tratta, nei tre casi citati, di apporti di grande interesse che consentono di seguire le vicende patrimoniali dell'importante cenobio nell'età moderna in un confronto sempre fecondo con la situazione dell'età medioevale e di arricchire la fase documentaria sempre da indubbia utilità per seguire su un arco di lunga durata le vicende di una istituzione quasi millenaria.
A tal fine ci sembrano illuminanti le notazioni di Angelo Massafra contenute nella prefazione dell'edizione di Antonio Ventura e i contributi dello stesso Pensato e altresì di Russo, Spedicato, D'Ardes e dello stesso Ventura posti a corredo della edizione del Cabreo.
Si comprende allora come su questo zoccolo duro di più ampia consistenza documentaria sia stato possibile delineare con maggiori approfondimenti e problematicità le vicende che interessarono l'abbazia sipontina. Comunque chi ha tratto maggiore giovamento nella reinterpretazione delle fasi o degli influssi interessanti il complesso abbaziale sipontino non sempre sono stati gli storici generali che talvolta registrano qualche caduta interpretativa, quanto gli storici dell'arte o quelli dell'architettura che hanno così avuto l'occasione propizia per dare al monumento una collocazione culturale di più ampio respiro nell'ambito delle correnti che interessarono la Puglia nell'età normanno-sveva.
Qui si fa riferimento al trentennale impegno di Pina Belli D'Elia che prende l'avvio dal ben noto catalogo della mostra Alle sorgenti del Romanico - Puglia XI secolo del 1975 per proseguire con i due saggi del '78 e dell'80 inseriti rispettivamente nei volumi Federico II e l'arte italiana del Duecento e la Puglia tra Bisanzio e l'Occidente, per ancorarsi ai due volumi di sintesi sull'Italia romanica del 1986 e del 2004.
Ma non vanno sottaciuti altresì i contributi di Antonello D'Ardes sugli Interventi edilizi dei Cavalieri teutonici nell'Abbazia di San Leonardo di Siponto (2002) e di Margherita Pasquale sull'Icona romanica analizzata nel Portale cui vanno aggiunte le più recenti Postille di Luisa Derosa.
Giunti a questo punto il percorso ricognitivo confidatomi potrebbe dirsi concluso se il "palinsesto storiografico" di cui si diceva all'inizio di questo intervento non avesse rilevato per l'Abbazia sipontina uno strato ancora più profondo, si direbbe originario sino a tre anni orsono assolutamente sconosciuto.
All'occhio dell'osservatore attento che con alcuni strumenti di ricerca ha partecipata consuetudine, non sarà sfuggito che l'Abbazia sipontina non ha avuto diritto alla cittadinanza Monasticon Italiae riguardante la Puglia e la Basilicata a cura di Giovanni Lunardi, Hubert Houben e Giovanni Spinelli (1986) promosso dal Centro Benedettino Italiano né nel Catalogo della Mostra su Insediamenti Benedettini in Puglia curato da Stella Calò Mariani (1981-1985).
E ben a ragione in quanto all'epoca San Leonardo non era considerata una fondazione monastica benedettina anche se nel Convegno su L'esperienza monastica benedettina e la Puglia del 1980 a Francesco Gandolfo non era sfuggito che, malgrado il suo essere "gestito dai primi del XI secolo da una comunità di agostiniani", l'episodio sipontino era "indispensabile per comprendere in parallelo le vicende della committenza benedettina". (275)
Ed è stata proprio la rilettura e la scoperta dei nuovi frustuli di documentazione effettuate da Giampietro Casiraghi e da Hubert Houben a renderci edotti sulla fase precanonicale di San Leonardo di Siponto che sarebbe "stata originariamente una chiesa dipendente dall'abbazia benedettina di San Michele della Chiusa" (330) verosimilmente donata al cenobio piemontese da Boemondo signore di Taranto e principe di Antiochia nei primi anni del XII secolo, certamente poi passata all'obbedienza canonicale dopo il 1137.
Ecco perchè il programma del nostro Convegno ci restituisce nel sottotitolo i tre strati del palinsesto storiografico da cui hanno preso l'avvio queste riflessioni: cella monastica, canonica, domus Theutonicorum e nel contempo indica con speculare chiarezza le prospettive e le direttrici di ricerca che ci accompagnano in queste due giornate di comune lavoro. A me non rimane che, su una strada di pellegrinaggio, formulare l'augurio tutto medioevale di "buona via".