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Contemporanea di Salvo Caramagno "Il colore dell'incanto"
Manfredonia - Chiostro di Palazzo San Domenico 24 - 25 Giugno 2006


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Fortemente voluta dal Presidente Carmine Stallone, questa mostra rappresenta un valido e significativo intermezzo nella programmazione delle attività espositive della Galleria provinciale "Contemporanea", che è stata fin qui vetrina di giovani artisti locali di sicuro talento e di maestri di consolidata esperienza e larga notorietà legati per nascita, studi o per vocazione al nostro territorio. Viceversa Salvo Caramagno è un artista siciliano (è nativo di Catania) che pratica un linguaggio figurativo eccentrico rispetto alle sperimentazioni innovative dell'arte contemporanea, connotato da una predilezione di temi popolari legati alla vita campestre della sua terra e da un originale taglio formale e cromatico che lo fanno assimilare di primo acchito a quella istintualità tipica della tradizione della pittura italiana naive che ritroviamo in artisti come Gino Covili, per fare solo un nome. E anche se non mancano motivi per ritenere che la pittura di Caramagno, nel complessivo impaginato delle sue opere, abbia una costruzione classica e "colta" che travalica i caratteri della náiveté, tuttavia è proprio da questo ambito che egli inizia la sua avventura artistica, entrando a far parte nel 1976 del gruppo "Sicilia Naif", col quale allestirà numerosissime mostre.

A partire dal 1980 egli affianca la pittura su tela a quella di più ampie dimensioni che può realizzarsi su pareti di edifici o su muri. è l'attività che gli dà maggiore notorietà (con numerosi passaggi sulle reti televisive nazionali) per la realizzazione di dipinti in ogni parte d'Italia, compresa la Capitanata, dove realizza due murali a Manfredonia e uno a Vieste, due più propriamente celebrativi ("La cattura di Celestino V" nell'Auditorium di Vieste e "Omaggio a Manfredi" in piazza Mercato a Manfredonia), e uno, sul lungomare della città sipontina, in cui propone le sue tematiche più proprie, con l'esaltazione di un ambiente naturale che rigenera lo spirito.

Questa mostra intende consentire al pubblico foggiano una conoscenza più compiuta dell'opera di Salvo Caramagno, diversa dal fuggevole sguardo dato di corsa ad un muro che allieta e orna uno spazio urbano. Qui si potrà meglio percepire la poesia del suo immaginario e la ragione delle sue originali scelte formali e cromatiche, sospese tra sogno e realtà.

Giovanni Albanese

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Il colore dell'incanto
di Gaetano Cristino

Le categorie e le classificazioni sono strumenti che facilitano la nostra conoscenza. Ma può capitare che agiscano anche come soporifero del pensiero critico. Prendete un pittore, se le sue opere sono realizzate con minuziosità certosina, se indugia sui particolari e sulla descrizione naturalistica dei luoghi e dei personaggi, se usa colori timbrici e vivaci e se si compiace di raccontare un mondo bucolico legato ai ritmi lenti della natura e perciò distaccato dalla frenesia urbana ipertecnologica, allora è facile che i nostri schemi mentali incasellino la sua opera nell'arte naive, in quel segmento di arte contemporanea, cioè, ormai "sdoganato" da parecchi decenni, che, sia pur tra molte contraddizioni, è entrato a far parte della sensibilità estetica e dell'interesse di molti.

Un inquadramento del genere per alcuni artisti contemporanei può però risultare fuorviante, perché individua il meno e non il più, e trova spesso molti limiti, anche teorici, rimarcati per esempio dall'ossimoro insito nell'espressione "primitivi moderni", con la quale vengono a volte definiti, o dalla confusione/contaminazione delle loro opere con forme d'arte similari, come l'arte popolare.

L'arte nàive non si presta dunque a definizioni univoche e forse solo l'elemento della schiettezza, della originalità e semplificazione delle forme e poi l'aderenza alle stratificazioni culturali di un luogo, possono costituire quel sottile comune denominatore di espressioni spesso molto distanti tra loro (e con diverso peso specifico) che può dar sostanza a quel termine.

Questa premessa mi è parsa doverosa perché credo che come al Doganiere Rousseau sarebbe rimasto stretto l'appellativo di naif, preferendo essere considerato più semplicemente "pittore", così è o dovrebbe essere per Salvo Caramagno, l'artista siciliano che da moltissimi anni svolge una sua personalissima e originale ricerca nel campo della pittura figurativa. Sicuramente in Caramagno ci sono gli elementi di base di cui dicevo, che lo hanno fatto inquadrare tra i nàifs italiani più importanti, con collocazione nelle più prestigiose raccolte di settore, dal Museo Nazionale dei Naifs di Luzzara al Museo Internazionale di Jaen, in Spagna, ma c'è anche quel quid che valica la sfera della istintività talentuosa e diventa consapevolezza civile ed estetica, saldando così i sogni, i desideri e i bisogni più profondi dell'animo umano con le esigenze tutte proprie della cultura visiva.

L'esito di questa saldatura è la rappresentazione, con una figurazione calda e sospesa a un tempo, di una realtà immutabile e metastorica, incantata in una fissità che attraversa i tempi e che ha consistenza poetica e simbolica, essendo la proiezione del sogno/desiderio della mitica età dell'oro, dove albergano solo innocenza e bellezza opima.

In questa immutabile scena, che ha anche il sapore, il colore e la memoria della propria infanzia, che si porta in cuore come età felice e preziosa, Caramagno fa muovere uomini e donne in armonia con la natura e gli animali; uomini e donne felici nelle loro forme opulenti anche quando la calura e la fatica li incalzano nella mietitura o nella raccolta di arance e fichidindia. Felici perché c'è la solidarietà di un gesto (l'offerta di un sorso d'acqua da una brocca), perché c'è la possibilità di una pausa in cui coltivare gli affetti familiari (le tenerezze di una mamma col suo bambino) o consumare anche un frugale pasto, vino e pane con companatico di fichi, olive e ravanelli, magari con accompagnamento di chitarra e mandolino (vedi la splendida Colazione sotto la quercia, quanto mai ironica verso i déjeuner sur l'herbe borghesi); felici perché si può godere di un sonno ristoratore ai piedi di un ulivo o rimanendo attaccati al basto di un docile asinello; felici perché (a dispetto di Marinetti) c'è ancora il chiaro di luna ad illuminare i loro colloqui amorosi su una panchina o a vestire d'argento il mare con faraglioni e a guidare il lavoro dei marinai; felici perché si è liberi di pregare davanti a una edicola votiva o di ballare e suonare o amoreggiare sotto una quercia.

La quercia. Quest'albero forte e secolare ricorre spesso nei dipinti di Caramagno, come elemento persistente della natura che assiste alle tante storie, ai tanti riti, ai tanti gesti di cui l'uomo è attore. Elemento di continuità che dà sicurezza e pace ed ha forse anche la funzione simbolica del frondoso faggio virgiliano (Tityre tupatulae recubans sub tegmine fagi...) dove è possibile ripararsi dagli affanni dell'esistenza.

Ma lo spazio scenico delle tele di Caramagno presenta anche altri elementi, come le nature morte, che sono piuttosto natura in mostra, essenziali nel loro valore simbolico, poste davanti a panorami ondulati, a teatrini dei pupi o a paesini con le case tutte abbracciate l'una all'altra, con le viuzze disegnate da muriccioli a secco. Ecco, sembra dire Salvo Caramagno, qui ci sono tutti gli elementi di cui c'è bisogno: i frutti copiosi della natura e la casa, anzi, le case, rifugio per l'uomo, dove l'idillio può continuare, e, se non si è proprio contadini, ci si può deliziare con le note di un pianoforte e di un violino.

Caramagno sa bene, però, ecco la sua consapevolezza civile, che questo universo è reale e immaginario a un tempo. è reale la natura, con i suoi colori e la sua floridezza, ma è immaginaria la descrizione della condizione idilliaca dell'uomo e dei valori che le sue figure propongono. Ancora molti diavoli e molti "pupari" abitano il paradiso della sua terra e condizionano la vita degli uomini veri. Ecco perché, lungi dall'essere esaltazione di un mondo arcadico ed espressione di disagio verso la civiltà, il mondo di Caramagno è quello dell'utopia, del "dover essere", come ha sottolineato anche una fine interprete del lavoro dell'artista siciliano, Milly Bracciante.

Ma come esprimere il sogno e il desiderio rimanendo legati al vero, a un luogo perfettamente riconoscibile, dove riconoscibili sono pure i gesti, le consuetudini e le situazioni quotidiane del mondo rurale meno evoluto, senza ricorrere a deformazioni figurative o a strani e improponibili elementi onirici e fantastici? Ed ecco la consapevolezza estetica di Caramagno, che dà vita ad una propria cifra stilistica che ferma il tempo/desiderio delle rappresentazioni con un colore e una forma che realizzano l'atmosfera dell'incanto. Il colore è denso ed è applicato per campiture piatte, fortemente contrastanti per esaltarne la forza e il lirismo, ed asseconda la linea armonica del fogliame, dei frutti, delle figure dilatate e del paesaggio, sempre fortemente stilizzati con un disegno sicuro.

L'intensità e la magica ricchezza cromatica del giallo, del verde, dell'arancione, del rosso e dell'azzurro sono tali da stordire. La forma è quella dilatata e massiccia tipica della cultura popolaresca. E la struttura compositiva, spesso formata di un solo piano, con le figure che riempiono tutt'intero lo spazio, è imponente e armoniosa. Essa ha momenti di felice invenzione soprattutto quando si emancipa dai canoni prospettici tradizionali. Osservate uno dei dipinti presenti in questa mostra, Il fulmine, e ne avrete contezza. Cavallo e cavaliere sorpresi dal temporale sono quasi costretti nel limite spaziale delle due dimensioni della tela, che pare non riuscire a contenerli. La scena si sviluppa sulla diagonale ascendente, al cui punto estremo il fulmine, di cui quasi si avverte il crepitio, fa convergere lo sguardo del cavaliere con mantello viola e del cavallo, in una torsione che è un capolavoro di costruzione scenica.

Diversi, come è ovvio, sono le volumetrie e i piani prospettici che Caramagno realizza con i suoi murali, dove spesso è la necessità del trompe-l'oeil, della continuità tra scena dipinta e tessuto urbano e naturale ad occupare la sua creatività, come nella deliziosa scena dipinta sul lungomare di Manfredonia, col delfino Filippo che saluta saltando i pescatori a riva. Sempre, comunque, quando le esigenze non sono puramente decorative, anche i suoi murali (oltre 150, ad oggi, in ogni parte d'Italia) ripropongono la poetica di una figurazione magica e attrattiva che può essere percepita da tutti, ai diversi gradi di sensibilità individuale.

Caramagno, insomma, si tratti di street events o di pittura da cavalletto, ci prende in ogni caso "per incantamento" per portarci nel suo mondo utopico, al cospetto della semplicità, della schiettezza, della solidarietà e della simbiosi uomo/natura.