da: LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO del 5 gennaio 1954.

Gli scavi archeologici, ripresi a Siponto il 16 settembre u.s., dopo quelli del 1936, continuano a darci delle sorprese circa l'antica Basilica, che l'Ughelli diceva "semidiruta", perchè nella prima metà del suo secolo si vedeva ancora nelle sue ampie proporzioni, e a cui "non si pone mano", come ci tramanda il Sarnelli, dall'arcivescovo Domenico Ginnasio, "per la sua vastezza", allorchè venne restaurata verso la fine del secolo XV, o inizio del XVI, quella "sontuosa Cappella di pietre quadrate, che poi rimase così", cioè incompleta, come notava fin dal 1525 il domenicano P. Leandro Alberti.
Ora, accanto alla "sontuosa" Chiesa di S. Maria di Siponto, che dicevasi consacrata nel 1117 dal papa Pasquale II, non solo è riapparsa la sagoma con i noti mosaici policroni dell'antica cattedrale, già scoperti con gli scavi precedenti, ma si è reso più evidente l'altro pavimento sottostante bicolore, bianco e nero, della precedente Chiesa bizantina di forma quadrata, compresa nello stesso ambito delle fabbriche. E accanto a queste, non si sono trovati soltanto fregi bizantini dell'epoca, ma una croce pettorale di bottega bizantina sullo scheletro d'un personaggio autorevole, e monete dell'VIII o IX secolo.
Continuandosi lo scavo nella direzione di un muro reticolato, interrotto allorchè fu costruita l'abside della basilica più recente, chiusa ad oriente per il passaggio al rito latino probabilmente nel secolo XI, si è osservata la continuazione del muro medesimo verso occidente, per una lunghezza di oltre ventitrè metri, con altre mura parallele e con un rettangolo trasversale, tutto in reticolato. Su questo poi, nell'interno del rettangolo, c'è un doppio intonaco con pittura policroma lineare, e si opina che quivi dovesse essere stata l'ara del Nume tutelare, perchè nell'insieme questo terzo piano delle fabbriche dovrebbe essere di epoca romana e il primitivo tempio non poteva essere dedicato, che a una divinità pagana.
Frammenti d'iscrizioni latine, fra le quali una bilingue del dec. XI, assicurano l'antichità dei ritrovamenti. Tombe di epoca molto remota, di cui una sottostante alla base d'una colonna con pilastro, si trovano sotto il secondo piano della medesima area basilicale ed ai lati della basilica stessa.
Nella direzione dei pilastri, sui quali erano collocate le tre colonne di marmo, che furono trasportate come dice lo storico locale Matteo Spinelli, ai tempi dell'arcivescovo Muscettola nell'atrio dell'episcopio in Manfredonia (e se ne rinvengono altri fusti sul posto) si trovano le fondazioni di altri quattro pilastri, molto più grandi con basamento di notevole dimensione. Qui, molto probabilmente, doveva esserci quella torre, che nel 1527 (o 1528) un tale Duardo da Pitignano, soldato mercenario nel campo francese, con una mina fattavi di sotto la "buttò a terra" rovinando il lato orientale dell'attigua Chiesa di S. Maria di Siponto, con grave danno ancora di "quelli che la guardavano", siccome racconta Pietrantonio Rosso da Manfredonia nella sua Storia della città di Troia.
Per precisare la divinità pagana, cui doveva essere dedicato il tempio, si sta operando lo scavo presso la cisterna, dove nel luglio 1876 fu rinvenuto un pilastrino con l'iscrizione dedicatoria a Diana, alla quale nel primo secolo a. C. (o. d. C.) venne eretto un tempio con altare "Aedem Dianae et aram de lpide quadrato". Il tempio e l'ara, dice lo storico Stanislao D'Aloe, che per primo lesse e tradusse l'epigrafe, erano "composti di pietra quadrata e abbelliti di opere d'intonaco"; per cui è probabile che il tempio pagano, di cui si hanno le tracce, sia stato proprio quello dedicato a Diana, a cui scioglieva il voto uno schiavo siriaco divenuto liberto di Tito, "Titus Tremelius Titi libertus Antiochus".
Comunque, i recenti ritrovamenti archeologici hanno arricchito di molto il piccolo museo locale, dove si osservano oggetti di vario genere: monete in gran parte bizantine, monili, una bilancia con pesi, un mortaio di bronzo o altro metallo, persino del grano bruciato (presso un altro più piccolo mortaio di pietra) e frammenti di marmo, di pietra e di stucco, che ricordano la scultura delle successive opere accennate.
Nel villaggio di Siponto presso gli Uffici del Consorzio di Bonifica, si è rimesso in luce l'ipogeo cristiano, scoperto dall'agronomo dott. Pierino Maurea, nel 1948, e si è raccolto altro materiale fittile, tra cui cinque lucernine, sulle quali appaiono vari disegni. Due di esse hanno anche scolpita sull'ingresso dell'ipogeo.
La zona necropolitica, in cui è compreso l'ipogeo anzidetto, si estende dalle mura orientali dell'antica Siponto, fino al mare. Molte tombe sono state aperte e profanate durante la costruzione dei recenti villini: solo si è salvato il precedente ipogeo, scoperto nel 1936, con tracce di mosaici policromi. Altre tombe, scavate anche nella medesima roccia, vennero rotte nella costruzione del canale delle acque alte, che provengono dalle grotte, ossia catacombe, esistenti a sinistra della statale da Foggia, prima di raggiungere la pineta del Santuario di S. Maria di Siponto.
Anche l'anfiteatro, che trovasi alla periferia delle antiche mura della città dal lato Nord-Ovest, presenta un'opera reticolata di notevole importanza, ed è desiderabile che gli scavi ne mettano in vista quanto di esso rimane tuttora nascosto dalle fabbriche d'una fattoria agricola-pastorizia.
Concludendo, possiamo dire che i nuovi scavi archeologici, promossi dall'Amministrazione Provinciale di Foggia col vivo interessamento dell'Ufficio Provinciale del lavoro assumono, sempre più, maggiore importanza e suscitano tale interessamento, sia nel campo storico sia nella vita cittadina, che richiedono una maggiore comprensione da parte dei coloni della zona e un più efficace intervento delle Autorità tutorie.
Silvestro Mastrobuoni