Archeologia

Scavi archeologici nella Daunia. In giro per le antiche mura Sipontine

da: IL FOGLIETTO del 10 dicembre 1953.

Archeologia

La ripresa degli scavi nella zona archeologica di Siponto ci ha dato occasione di fare un giro per le mura dell'antica e sepolta città, le quali si estendono dal Canalletto delle brecce (detto anche Canale delle acque alte che sorgono poco distante dalle Grotte o Catacombe di Capparelli) fino alla fattoria ossia "masseria" degli eredi Garzia, dove si scorgono i resti dell'anfiteatro con opera reticolata di epoca romana.

I massi di pietra tufacea, di forma quadrata, che ne danno la traccia sicura a Sud e a Nord-Est, dimostrano senza dubbio la veridicità dei nostri scrittori di storia locale sulle prime opere dei Sipontini, che costruirono le "mura defensionali della città" con un doppio ordine di cinta, quali in forma quadrata.

La città, come si osserva venendo da Foggia per la statale o la ferrovia, sorgeva sulla collinetta, dove non rimane che il santuario di S. Maria di Siponto con la pineta, alquanto distante dalla casa cantoniera, che ha alle spalle l'anfiteatro.

Una colonna con capitello, presso la statale, sta come sentinella a guardia delle rimanenti mura orientali, che in quel sito appaiono quasi ciclopiche, e della necropoli, che si estende parallelamente a queste mura lungo un'antica via, dal mare verso l'estremità settentrionale, per la valle comunemente detta Minonno.

Quivi, infatti, partendo dal mare, si sono trovati gli ipogei paleocristiani con moltissime altre tombe di epoca pagana, fino alla vigna che nel 1812 risultava appartenente al farmacista Giuseppe Domenico Minonno, nella quale si rinvenne un monumento sipontino di grande importanza, illustrata con una erudita Memoria sopra un'antica iscrizione Sipontina, letta nell'Accademia Ercolanese, da Agostino Gervasio.

A questa memoria attinse poi lo storico Stanislao D'Alce nel darne notizia nella sua Storia dell'antica Siponto, deducendone tali informazioni, che fanno molto onore alla tradizione sipontina.

Difatti, si venne a sapere con l'interpretazione di quell'epigrafe che in Siponto, all'epoca imperiale, c'era un'istituzione "alimentaria", probabilmente per fanciulli e giovanetti poveri, che "sotto il governo dei Prefetti" della Colonia Sipontina era stata amministrata per trentadue anni da un tale Liberale, cassiere di detta colonia, il quale dedicava quel monumento "ad Augurino pubblico misuratore, suo figliuolo carissimo, nato mentre egli era servo della Comunità".

Nè delle antichità sipontine ci rimane soltanto questo monumento, pubblicato anche dal Mommsen, ma (oltre ad alcune meno importanti epigrafi funerarie) c'è un'iscrizione dedicatoria notevolissima, che si riferisce al tempio di Diana, fondato in Siponto da uno schiavo, probabilmente siriaco, divenuto liberto di Tito, per cui nell'epigrafe è detto Tito Tremelio Antioco.

Questo secondo monumento, trovato nel luglio 1876 nella cisterna, che si vede a pochi metri di distanza dalla Chiesa di S. Maria di Siponto, fece iniziare nel 1936 gli scavi archeologici, dove si sono ripresi dal 16 settembre u.s. con risultati molto interessanti.

Dopo l'accertamento di due successive costruzioni d'epoca cristiana nella medesima area basilicale, un muro reticolato, che già era apparso fin dai primi scavi dietro l'abside della antica cattedrale, è stato la chiave per scoprire il terzo piano d'un tempio, dedicato probabilmente a Diana nel primo secolo a. C. (o.d.C.). Che Tito Tremelio Antioco abbia fatto edificare, sciogliendo il suo voto, un tempio ed un'ara " de lapide quadrato", con opere d'intonaco, non c'è dubbio, per il ritrovamento del pilastrino, in cui era scolpita l'iscrizione anzidetta. Il fatto poi che nell'interno d'un rettangolo trasversale del muro reticolato (che si prolunga verso l'attuale Chiesa per non meno di ventitre metri) c'è dell'intonaco con pittura policroma lineare, fa pensare che l'altare della divinità pagana fosse proprio qui nel centro del tempio, insieme con la statua di Diana, della quale non v'è traccia, ma memoria. "SIGNUM DIANAE", infatti dice la lapide, che venne poi trasportata nel Museo di Napoli.

Proseguono intanto gli scavi per precisare tale notizia, e per conoscere l'ampiezza dell'antico tempio pagano, che aveva probabilmente un pronao verso occidente, dove sorse in seguito la torre, fatta rovinare da un soldato mercenario del campo francese del Lotrech nel 1527 (o 1528).

Daremo successivamente altre notizie di queste antichità, che suscitano sempre più la curiosità del pubblico e il più vivo interesse degli appassionati amatori della nostra storia sipontina.

Silvestro Mastrobuoni