ARCHEOLOGIA

L'abbazia di Santa Maria di Pulsano sul Gargano

Alberto Cavallini - da: Guida storica ed artistica. Edizione a cura della Comunità monastica dell'Abbazia di santa Maria di Pulsano.

Abbazia di Pulsano

Questo antico "luogo di monaci" fu fondato nel lontano VI secolo in onore della santa Madre di Dio, contemporaneamente alla Badia di Barsento, in terra di Bari ad opera del monaco papa san Gregoria Magno, e raccolse, con alterne vicende, monaci eremiti e cenobiti oranti in splendida unità di oriente e di occidente.

Guida storica ed artisticaLa prima fase di vita monastica sul colle di Pulsano fu caratterizzata dall'eremitismo, cioè dalla presenza di credenti che si ritirarono nel "deserto" come Cristo, ed abbandonarono tutto, oltre alle comodità della vita mondana anche agli affetti più familiari, per mettersi alla sequela del Maestro, per meglio ascoltare la sua Parola, senza distrazioni, per corrispondervi, come la santa Madre di Dio, con il santo e totale Amen.

In realtà, la fine delle persecuzioni portò con sè, già nel IV secolo, la fioritura nella Chiesa di comunità di monaci e di monache consacrate, la cui vita ascetica e la cui rinuncia al mondo subentrarono con forza alla spiritualità del martirio nel sangue dei primi secoli di vita cristiana. E come aveva indicato Origene, Maria, la Semprevergine Madre di Dio, fu proposta come modello della vita consacrata anche da numerosi Padri della Chiesa. Ecco perchè, e non a caso, in questa santa terra del nostro Gargano, nel 591, come leggiamo in Pompeo Sarnelli, il papa e monaco Gregorio Magno edifica un primitivo monastero su proprietà terriere familiari, e non siamo lontani dal vero se pensiamo che Egli forse raduna ed organizza forme di vita monastica già preesistenti, sorte all'ombra e a sostegno dell'opera evangelizzatrice svolta dal santuario arcangelico, la cui presenza attesta fortemente quell'opera pastorale feconda, iniziata e voluta dal santo vescovo di Siponto, Lorenzo Maiorano.

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Sull'esempio della Semprevergine le nostre valli di Pulsano vennero popolandosi di una variegata stirpe di uomini accomunati da un'unica sete: la ricerca di Dio nel radicale distacco dal mondo che il deserto di per se stesso rappresenta.

Questi "atleti" imperturbabili, per secoli, elessero il colle di Pulsano e i suoi valloni come luogo di stabilità e gareggiarono in fervore di santità. Di essi sono ancora visibili come preziosi monumenti gli eremi, le ben 24 grotte e celle e costruzioni in cui abitarono, che presentano ancora oggi tanti segni della loro fede, che è la nostra stessa fede, e che ci riportano all'oriente cristiano, agli "Hesichateria" o dimore inaccessibili, e di qualcuno di essi si custodiscono devotamente i resti mortali. I "monachòi anachoretòi", i solitari dediti alla preghiera e in genere all'attività spirituale, furono presenti nella nostra terra per ben 5 secoli.

Nel secolo XI santa Maria di Pulsano fu un monastero sotto la giurisdizione dei Cluniacensi introdotti in Italia da San Brunone e invitati da Walfredo I, vescovo di Benevento e Siponto.

Se il santuario dell'Arncangelo Michele è stato per una singolare coincidenza testimone di un passaggio epocale come quello dell'arrivo dei primi Normanni nell'XI secolo, giunti proprio attraverso un pellegrinaggio all'eletta sua grotta garganica, altrettanto singolare coincidenza è quella che ha visto gli itinerari di Oddone, abate di Cluny, e dei suoi monaci, battere le vie del Gargano nel secolo X (cfr. Vita Odonis di Johannes monachus in PL 133).

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Odone è abate generale di Cluny dal 927 al 942 e la sua opera di riforma del monachesimo, sull'unico esempio dell'abbazia madre di Cluny e di espansione di questa, è quasi immediato e resterà duraturo nel tempo, consolidandosi poi sotto l'abbaziato di s. Odilone.

E' storicamente accertato che s. Odone ottenne monasteri ed accrebbe la fama di Cluny tanto che questa, allora quasi sconosciuta, fondazione francese divenne ben presto un centro di irradiazione spirituale e un modello pedagogico quasi insuperabile per molti monasteri nonchè esempio di civiltà per la società europea, allora ancora in fieri. Egli riformò la vita monastica, riservando un posto d'onore alla musica, al silenzio, alla preghiera, soprattutto per i defunti, all'eremitismo, all'uso austero degli alimenti, improntato alla frugalità, senza carni nè grassi animali - non è forse questa singolare consuetudine continuata poi dai nostri monaci pulsanesi ed esercitata ancora oggi dai monaci di Oriente? - all'esercizio austero della povertà assoluta da parte del monaco.

Incaricato di introdurre i costumi cluniacensi in alcuni importanti monasteri italiani, l'opera di questo santo abate si protrarrà nel tempo sotto gli abbaziati dei suoi successori, per cui anche nella nostra Italia meridionale, ben lontana da Cluny, vennero esportati i costumi e la regola cluniacense, ne sono esempi Farfa nel 1001 e Cava tra il 1016 e il 1025 e forse in questo stesso periodo, coincidente con l'arrivo dei Normanni nel sud Italia, anche la nostra Pulsano.

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Con s. Odilone, successore di S. Odone, si infittirono e si condolidarono preziose ed importanti relazioni politiche e si espanse il modello cluniacense - unico abatee nell'unica abbazia madre, priori presenti solo nelle abbazie dipendenti, preghiera, meditazione eremitismo, povertà del monaco, solitudine - e gli stessi vescovi ed i signori locali, normanni nel nostro mezzogiorno, sollecitarono e favorirono questo esempio dato da Cluny.

e non sono forse questa organizzazione e questo progetto di Cluny ad essere totalmente abbracciati dall'"ordo" dei Pulsanesi? "Ordo" che in realtà non è ordine, bensì ordinamento.

E' di questa presenza cluniacense o quantomeno di questa influenza sul monachesimo prae e post san Giovanni da Matera, molto c'è ancora da ricercare e da studiare anche alla luce dei recenti scavi e restauri di Pulsano.

Nel secondo decennio del XIII secolo il santo monaco eremita Giovanni, originario di Matera, giunto pellegrino al santuario di san Michele del Gargano, docile all'invito divino ricevuto in una visione, giunse a Pulsano ove fece risorgere il centro manastico (anno 1129) e rifiorire la vita monastica eremitica con un ordine monastico autonomo, la congregazione dei poveri Eremiti pulsanesi, organizzato e strutturato dai suoi primi diretti successori, gli abati Giordano e Gioele, entrambi beati.

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Fin dalle origini il monachesimo riformato da san Giovanni eremita ed abba, seguì la più rigida interpretazione della Regola benedettina e in continuità con il monachesimo precedente ne perpetuò la spiritualità e la tradizione.

E' da sottolineare che san Giovanni abate conobbe ampiamente la vita monastica di tradizione orientale sia a Matera sia durante i suoi soggiorni in Calabria e in Sicilia presso i monasteri italo-greci.

I monaci di Pulsano andavano scalzi, fuorno per questo denominati in varie città come "gli scalzi", si astenevano dal vino e dalla carne, che tuttavia potevano mangiare solo in alcune grndi solennità dell'anno liturgico, vestivano un abito di panno di lana color corda, con cocolla, su cui indossavano un'obbedienza-scapolare di colore nero che terminava con un cappuccio a punta, detto "schema", alla maniera greca per Foggia e denominazione.

Alla famiglia monastica maschile si aggiunse ben presto anche il ramo femminile.

Santa Maria di Pulsano sul Gargano fu l'abbazia madre da cui dipesero oltre 30 monasteri, sparsi non solo nel Gargano e in Capitanata ma anche nel resto d'Italia, i più famosi sono stati i monasteri pulsanesi di s. Michele di Pisa, di s. Croce del Corvo, di s. Maria di Quartazzola, di s. Maria di Fraboro presso Firenze, di s. Giacomo del Tavoliere e di s. Cecilia di Foggia e delle isole slave di Miljet e Hvar, in Croazia.

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La chiesa abbaziale di Pulsano ebbe l'onore di essere solennemente dedicata, a gloria di Dio e della Semprevergine Maria, Madre di Dio, dal papa Alessandro III, pellegrino al santuario del Gargano, il 30 gennaio 1177, il quale consacrò anche l'altare quadrato sotto il quale fu deposto il corpo di s. Giovanni eremita, abbà di Pulsano.

Nel corso del XV secolo, sotto il pontificato di Martino V, l'Ordine Pulsanese si estinse ed i monaci per la gran parte, ripudiata la disciplina di san Giovanni eremita, passarono nelle varie famiglie dell'ordine benedettino. Tuttavia la presenza di eremiti sul colle di Pulsano è attestata anche al di fuori di ogni congregazione giuridicamente ed ecclesiasticamente riconosciuta - è appena il caso di ricordare la figura dell'eremita pulsanese Leone da Genova il quale, abbracciata la riforma cappuccina nel corso del secolo XVI, lasciò definitivamente gli eremitaggi di Pulsano per stabilirsi nel convento cappuccino di s. Giovanni Rotondo e poi ancora i ben oltre 20 eremiti censiti nella sinodo dell'arcivescovo Orsini della seconda metà del XVII secolo.

Questa pesenza eremitica, anche in assenza di un ordine eremitico vero e proprio, si è perpetuata fino ai giorni nostri: l'ultimo eremita laico, detto del popolo familiarmente "il monaco di Pulsano", amato, soccorso e ben conosciuto dalle nostre genti garganiche è stato Francesco Lo Russo, nativo di Monte Sant'Angelo, deceduto in Foggia nel 1957. Ma anche per il passato abbiamo testimonianze significative: fra tutte quella del Wackernangel, scrittore tedesco, il quale nel 1910 visitando Pulsano incontra in laico, l'eremita-custode del complesso monastico, che definisce "Die Letze Monch von Pulsano".

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Dunque, in questa terra, per secoli, santi uomini alla sequela radicale di Cristo si dedicarono totalmente alla contemplazione e allo studio: sopra questi spuntoni rocciosi e in queste valli, vero santo deserto monastico garganico, oltre all'abbazia madre sono disseminati ben 24 eremi con celle e studi, collegati tra loro da sentieri.

Nel corso del XV secolo l'Abbazia seguì la sorte di moltre altre gloriose abbazie in quanto fu data in commenda, cioè affidata a un cardinale commendatario che da Roma amministrava i beni dell'abbazia e tutelava i monaci contro le pretese dei signorotti locali. Perciò nella nostra abbazia chiamati a svolgere l'ufficio delicato di fiduciari del cardinale, custodi del monastero e rettori della chiesa abbaziale, dopo i Pulsanesi, si alternarono a vivere monaci Cisterciensi, frati Francescani e Domenicani, e infine monaci Celestini.

Nel 1646 l'abbazia fu gravemente danneggiata da un violento terremoto che travolse l'archivio e la biblioteca e gran parte del complesso abbaziale, ricostruito, poi, alla meglio, dai monaci con materiale di risulta più disparato. La stessa chiesa abbaziale ha perduto ben due campate della navata ed è stata considerevolmente ridotta rispetto all'impianto originario.

Con legge del 13 febbraio 1807 di Giuseppe Bonaparte e con decreto 7 agosto 1809 di Gioacchino Napoleone Murat la presenza monastica a Pulsano, come in altre numerose abbazie, fu definitivamente soppressa, e i fittuari dei beni furono autorizzati a tenere in enfiteusi i beni immobili, passati in proprietà del demanio.

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Nel 1830 l'arcivescovo di Manfredonia mons. Eustachio Dentice, di origine materana, fatte rinvenire le spoglie di san Giovanni eremita nella chiesa abbaziale, le trasferì solennemente in Matera ove a tutt'oggi sono venerate nella chiesa cattedrale di quella città.

Dal 1842 fino al 1969 ben tre sacerdoti di Monte Sant'Angelo ricevuto in enfiteusi il complesso, ad eccezione della chiesa abbaziale soggetta alla inalienabilità e alla giurisdizione dell'Odinario diocesano, assicurarono in questo antico luogo un culto minimo, ridotto negli ultimi tempi alla sola festa annuale dell'8 settembre.

Nel giugno 1966 fu trafugata la pregevole e santa icona della Madre di Dio di Pulsano, del secolo XII, non ancora ritrovata.

Il monastero è stato, nei decorsi anni 1970 e 1980, teatro di saccheggio e di atti vandalici, inqualificabili e ingiustificabili per la civiltà dei nostri giorni. Degrado, trafugamenti, saccheggi da parte di ignoti vandali, mancato intervento delle istituzioni e delle autorità competenti, disinteresse degli enfiteuti, hanno reso questo complesso, importantissimo e ricchissimo di spiritualità, arte e cultura, uno dei casi più emblematici ed eclatanti di distruzione e di abbandono del nostro patrimonio culturale e storico.

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Dal 1990 il volontariato cattolico di Manfredonia e di Monte Sant'Angelo, radunato nel "Movimento Cristiani pro Pulsano" ha operato in favore dell'abbazia, liberandola dall'isolamento e dall'abbandono in cui era caduta e facendola pertanto rivivere.

Il 20 dicembre 1997 con l'insediamento nel protomonastero di Pulsano di una nuova comunità monastica, incardinata nell'archidiocesi garganica, avente la peculiarità della spiritualità della liturgia latina e bizantina, è stata realizzata la speranza di molti fedeli.

Questa comunità ha inaugurato un nuovo periodo di rifioritura e di vitalità attraverso un intenso ed efficace lavoro pastorale, confortato da un'austera ed esemplare vita.

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